Storia del Karate

Il Karate non è uno sport violento. Sebbene si pratichi a livello sportivo, non è solo una forma di ginnastica, ma un’arte come il suo stesso nome dice.

“Il karate inizia e finisce con la cortesia” (Gichin Funakoshi)

 

L’origine delle arti marziali in Oriente

Per avere una prima idea di cosa sia il karate e cosa lo differenzi da altre arti marziali orientali, bisogna affrontare brevemente la storia della loro nascita in oriente. Si deve tuttavia precisare che le certezze storiche sono ben poche a causa dell’esiguo numero di documenti disponibili a riguardo.
Dalla notte dei tempi in oriente vengono studiate le vie che l’energia segue nel corpo, ai fini di un massaggio benefico. Tale pratica poteva essere praticata anche individualmente stimolando i vari punti di pressione con una determinata sequenza di movimenti. A causa della necessità di difendersi, si pensò di colpire tali punti causando dolore o morte in un avversario. Si sapeva come e cosa colpire, ma bisognava riuscire a farlo. Ecco dunque che i movimenti di ginnastica per automassaggiare il proprio corpo cominciarono ad includere tecniche di parata ed attacco. Nascevano i kata.
Si narra di un personaggio leggendario di nome Bodhi Dharma al quale si fa solitamente riferimento come personificazione di un fondatore primigenio delle arti marziali più diffuse oggi.

Egli era un monaco indiano (V-VI sec. d.C.) che dall’India giunse in Cina nel monastero di Shaolin. Qui, sulla base di arti marziali più antiche e del Kung Fu già esistente (Kung Fu significa “esercizio” e non è una forma di lotta), sviluppò contemporaneamente la dottrina Zen ed una forma di combattimento (Kung Fu Shaolin) con cui i monaci potessero difendersi dai predoni Mongoli. Sin dalle origini, arti marziali e zen seguirono la medesima strada. Il Kung Fu Shaolin è una tecnica di combattimento per molti versi simile al karate, ma presenta movimenti più fluidi e dinamici, derivati dai movimenti degli animali. Una variante è il Tai-Chi, un’altra forma di Kung Fu eseguita in modo lento e rilassato.
Dal monastero di Shaolin poi le arti marziali si diffusero in Cina e poi oltre i confini giungendo nei paesi limitrofi ed andando poi oltre.
Si svilupparono dunque diverse forme di lotta, tra cui le più conosciute sono:diffusione-arti-marziali

Ninjitsu (Perseveranza nella tecnica)
Si sviluppa nel Giappone Feudale. E’ l’arte marziale che era praticata dai ninja e possiede una caratteristica peculiare rispetto alle altre: raggiungere lo scopo con ogni mezzo. Per questo adopera mani nude e armi di ogni tipo, oltre ad includere ogni tecnica di ogni arte marziale che possa essere utile allo scopo.

Karate (Mano vuota)
Nasce sull’isola di Okinawa (a sud del Giappone), si sviluppò dal XIX secolo ma le sue prime testimonianze sono più antiche. Studia un combattimento a distanza con tecniche forti e decise. La filosofia è quella di terminare un incontro con un solo colpo.

Aikido (Via della concentrazione dell’energia)
Nasce in Giappone (Isola di Hokkaido) intorno al 1920, fu creato dal maestro Morirei Ueshiba che aveva studiato Ju-Jitsu, Kenjitsu (“tecniche della spada”) e Daito Sokaku Takeda. Utilizza le mani nude con molte tecniche di proiezione e la katana, la spada giapponese.

 

L’origine del Karate

Anticamente le isole Ryukyu appartenevano alla Cina. Ne prese possesso poi il Giappone. Le isole Ryukyu sono un arcipelago a sud del Giappone e, su una di esse, l’isola di Okinawa, nacque il karate. Anticamente sull’isola di Okinawa si praticava una forma di lotta autoctona denominata “Ti”. Con le influenze dalla Cina, il “Ti” si tramutò nel “Tode” il cui significato letterale era quello di “Mano cinese”. Il cambiamento fu dovuto all’arte marziale conosciuta come Kempo cinese. Lo stesso ideogramma di “To”, che significa “Cinese”, si poteva leggere anche “Kara”. Nella lingua giapponese, però, “Kara” lo si può scrivere anche con un altro ideogramma che significa “Vuoto”. Sull’isola di Okinawa il karate rimase segreto fino a quando il maestro Gichin Funakoshi non lo rese finalmente pubblico. Fu lui che decise allora, divulgando il karate, di cambiare il nome in “Karate” col significato di “mano vuota” raggiungendo tre scopi:
↳ Per diffonderlo più agevolmente in Giappone nascondendone l’origine cinese in quanto in quel periodo di guerra era bandita in Giappone ogni influenza straniera
↳ Per indicare l’uso esclusivo del corpo e non delle armi
↳ Per motivi filosofici, in quanto questo nuovo nome ne esprime meglio il collegamento con le dottrine Zen

kara-teIdeogrammi (kanji) con cui si scrive karate.
Il primo Kara, significa “vuoto”, il secondo Te, significa “mano”. Il Maestro Gichin Funakoshi spiega con queste parole la scelta del termine utilizzato:
“Come uno specchio limpido che riflette senza distorsioni, o una valle silenziosa che dà l’eco, così un Karateka deve eliminare tutti i pensieri egoistici e cattivi perché solamente con una mente o una coscienza libera può capire quello che sta imparando. Egli è come un bambù verde vuoto dentro, diritto e con nodi, cioè gentile altruista e moderato.”

Sull’isola di Okinawa Ci furono due differenti decreti che stabilirono il divieto delle armi: il primo fu promulgato nel 1429; il secondo circa duecento anni più tardi. Fu a causa di questi divieti che la gente cominciò a sviluppare in segreto dei metodi di difesa a mani nude. Sicuramente non furono però i ceti più bassi a gli artefici a causa delle loro condizioni precarie, bensì la classe più elevata degli shizoku, infatti i due maestri di Gichin Funakoshi, Azato e Itosu, appartenevano entrambi a questa classe.

Il karate è sviluppato con stili differenti a seconda delle scuole di origine. Lo Shotokan è quello da noi praticato e deriva dagli insegnamenti di Funakoshi. Il suo nome significa “Onda di pino” che era lo pseudonimo con cui il maestro firmava le sue poesie giovanili. Infatti, come lui stesso spiega, amava passeggiare di notte in collina ove il vento muoveva le fronde dei pini creando l’impressione delle onde.
Nel libro “Karate do, il mio stile di vita” scrive: “…se accadeva che ci fosse un po’ di vento, si poteva udire lo stormire dei pini e sentire il profondo, impenetrabile mistero che si trova all’origine di tutta la vita. Per me il mormorio era una sorta di musica celestiale.”

 

Il Dojo e il Do

doCon il termine dojo si indica la palestra. Il primo ideogramma significa “via” ed il secondo “luogo”. E’ dunque il luogo della via, ovvero il luogo dove ci si allena. Non bisogna dunque pensare al dojo solo come un luogo finito nello spazio e nel tempo, ma come sempre presente.
Un detto buddista dice: “Ovunque può esserci un dojo”.

Il concetto del do come via è un punto cardine del pensiero zen. L’ideogramma che indica il “tao” e quello del “do” sono infatti gli stessi. E’ un concetto difficile se non impossibile da spiegare in poche righe. E soprattutto non è da capire solo con l’intelletto, ma anche con il cuore. Perciò non lo esporrò ora. Credo che ci sia un solo modo di farlo proprio: la pratica che permette di incamminarsi su tale via.

 

L’insegnamento

Oggi l’insegnamento del karate si esplica attraverso tre forme: Kihon – Kata – Kumite.
Il kihon, termine che significa “fondamentale”, consiste nell’esecuzione di tecniche di base da eseguire individualmente al fine di fare pratica nei movimenti per renderli naturali.
Il kata, il cui significato letterale è “forma”, consiste in una sequenza di tecniche tramandate nei secoli dai maestri, che simulano un combattimento immaginario contro più avversari. Il suo scopo è imparare le tecniche e le loro esatte esecuzioni.
Il kata si sviluppa su un tracciato denominato embusen che una volta eseguito deve permettere di tornare al punto di partenza. Tuttavia il tracciato non sempre torna perfettamente al punto di origine; bisogna riuscire a recuperare comunque il punto iniziale facendo proprio il kata. Filosoficamente questo può essere interpretato come la circolarità del tao. Da un origine infatti, tutto si sviluppa tramite l’interazione degli opposti (bene e male) ma, nella concezione del pensiero taoista, tutto torna da dove è stato originato. Il fatto di riuscire a farlo anche dove il kata non sia perfetto implica una partecipazione umana che interagisce col kata e permette di crescere durante la sua esecuzione.
Il kumite il cui significato letterale è “incontro di mani”, è il combattimento vero e proprio contro un avversario in cui si mettono in pratica le tecniche apprese. L’aspetto fondamentale di questo tipo di combattimento è il sundome ovvero il totale autocontrollo dei colpi che devono essere portati con la massima tecnica, velocità e forza senza però colpire l’avversario.
Il kihon ed il kata verranno affrontati già per i primi esami mentre il kumite, sebbene praticato come esercizio, sarà necessario per il passaggio degli esami dalla cintura blu in poi.

 


Testo a cura di Christian Rendina
Bibliografia e fonti:
“Karate Do, il mio stile di vita” di Gichin Funakoshi
“Karate. I kata classici nell’insegnamento dei grandi maestri” di Werner Lind
“Karate di Okinawa” di Mark Bishop
“Corso istruttori e maestri” FE.S.I.K. di Carlo Henke
Dispensa palestra Kankudojo
Dispensa palestra Hiroito
Sito internet del maestro Massimiliano Gironi (web.tiscalinet.it/gironi)
Altre fonti internet